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Recensione Glasshouse: La fantascienza da sogno dimostra che la moderazione funziona bene nell’Apocalisse

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La memoria è una cosa complicata e, a circa due anni e mezzo dall’inizio di una pandemia mondiale, molte persone sono alle prese con ciò che ricordano o ciò che alcune persone scelgono di dimenticare. Glasshouse – un film su una pandemia che colpisce la memoria soprannominato “il brandello” – mette in discussione l’importanza della memoria e quale uso abbia per le persone quando diventa inutile per i più e preziosa per pochissimi. Sottolineato da una dolcezza sinistra che sembra marcita dalla serra botanica in cui è ambientata, Glasshouse dimostra che la moderazione fa bene all’apocalisse e, anche se il finale sembra in qualche modo inevitabile, c’è comunque della bellezza in esso.

Glasshouse segue le tre sorelle – Evie (Anja Taljaard), Bee (Jessica Alexander) e Daisy (Kitty Harris) – che vivono con la madre (Adrienne Pearce) e il loro fratellino Gabe (Brent Vermeulen) nella casa titolare, al sicuro dal tossina nell’aria che inacidisce i ricordi delle persone e le trasforma in predatori senza cervello. In attesa del ritorno del fratello Luca, che li ha lasciati quando era solo un adolescente, la famiglia si occupa del loro giardino e uccide chiunque si avvicini al loro santuario, mangiandone le parti buone e usando il resto dei loro corpi come monito contro altri intrusi. Quando un uomo ferito (Hilton Pelser) arriva nel loro piccolo Eden, le loro vite vengono sconvolte dal nuovo arrivato, che sembra curiosamente inalterato dal brandello. Potrebbe essere Luca, finalmente tornato al santuario, o è solo un estraneo casuale, inviato dal mondo per interrompere i pochi frammenti di pace che hanno creato nella loro solitudine?

Glasshouse evoca in particolare The Beguiled, rifatto nel 2017 da Sofia Coppola ma originariamente portato sullo schermo da Clint Eastwood nel 1971. Dall’abito vittoriano all’ambiente edenico (quello che chiamano il santuario), c’è un senso di moderazione all’inizio in Glasshouse nonostante scorci di arti mozzati e cicatrici lunghe un piede cucite con il filo. Questa moderazione lascia il posto a un tranquillo terrore quando arriva lo sconosciuto e suscita l’interesse delle due figlie maggiori. La regista Kelsey Egan, che ha anche co-scritto la sceneggiatura con Emma Lungiswa de Wet, usa questa limitazione con grande efficacia mentre traccia la mappa di dove il pubblico trascorrerà la prossima ora e mezza, l’unico luogo verde entro tre giorni di cammino secondo il straniero ferito.

Mentre la premessa stessa può sembrare una ricostruzione apocalittica del suddetto film, è la pandemia che aggiunge un nuovo livello al procedimento. La questione della memoria – il suo valore in un’era che sta perdendo la sua presa su di essa e la valuta che diventa in società microcosmiche come il santuario nel film – complica le cose, dividendo la famiglia quando hanno più bisogno l’una dell’altra. Come nel film, la memoria divide le persone adesso. Chi si ricorda cosa (e che tipo di valore assegnano a questi ricordi) informa il modo in cui le persone operano nel mondo, proprio come fa la famiglia a Glasshouse. La posta in gioco è minore, ma non per questo meno vitale. La memoria diventa ancora più preziosa quando il suo utilizzo viene ridotto a sei persone, una delle quali ha già perso la presa su di essa.

Il senso di atemporalità e il santuario (di per sé una bolla fatta per scoppiare) aggiungono una svogliatezza al film che sottolinea solo il continuo cambiamento delle fondamenta della famiglia. Glasshouse può raggiungere un climax che molti possono vedere arrivare, ma non è questo il punto. La conclusione gioca con ciò che è venuto prima, sentendosi come un ricordo che avrebbe potuto essere facilmente dimenticato. Una certa stabilità è ancora una volta raggiunta, ma il costo è chiaro. Vale la pena dimenticare alcune cose quando si cerca di costruire un nuovo mondo. Nuovi ricordi sostituiscono quelli vecchi, facendo sembrare il passato meno significativo. Se questa sia una solida base su cui costruire un futuro è una domanda su cui il film lascia riflettere, che risuona oltre i confini del santuario di Glasshouse e sanguina nell’idea collettiva del ricordo.

Glasshouse è disponibile su richiesta dal 12 luglio. Il film dura 97 minuti e attualmente non è classificato.

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La nostra valutazione:

3 su 5 (Buono)

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