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Recensione di ‘Uno e quattro’: Western tibetano sulla neve, furbo, spartano ed elegante

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L’unica cosa più gelida del paesaggio forestale innevato del debutto thriller del regista tibetano Jigme Trinley, impressionantemente snello ma confuso, è l’aria di reciproca ostilità e sospetto che esiste tra i suoi quattro personaggi duplici e taciturni. “One and Four” può essere prodotto dal principale autore tibetano Pema Tseden, e può fornire un’altra grande vetrina per l’espressività confusa e la fisicità barcollante della recente star di Tseden, Jinpa (“Jinpa”, “Balloon”). Ma nei suoi archetipi di genere, nell’ascetismo e nel gelido limbo esistenziale così ben evocato da farvi praticamente gelare le ciglia, annuncia Trinley come una voce sottilmente distintiva, sebbene uno la cui portata stilistica potrebbe, per il momento, superare leggermente la sua comprensione tematica.

La guardia forestale Sanggye (Jinpa), una silhouette ingombrante nella sua pelle di pecora logora e orsina, si sveglia da un torpore ubriaco nella sua piccola capanna isolata nel bosco. Una radio a transistor crepita di elettricità statica. Il suo respiro si appanna nell’aria. E sebbene sia solo, una borsa appesa alle travi cigola sulla sua catena come se qualcuno ci fosse appena passato davanti. Già la partitura erratica di Wang Jue, che ha i suoi passaggi generici ma è per lo più un piacere eccentrico e atonale, sta stabilendo una sensazione di disagio, con droni vagamente minacciosi che nascono dietro archi che suonano come se Ennio Morricone avesse messo le mani su una cetra mentre era di cattivo umore.

E già il lavoro della cinepresa, del direttore della fotografia abituale di Tseden, Lv Songye, ha dato a tutto un bordo delicatamente lurido, con sfumature horror: I primi piani leggermente a occhio di pesce distorcono le immagini, facendoci inconsciamente domandare quanto di ciò che stiamo vedendo sia affidabile e quanto sia il prodotto dell’immaginazione intontita di Sanggye, specialmente data la sua tendenza a scrivere i suoi sogni nel suo diario da guardia forestale. Così, quando un uomo sanguinante (Wang Zheng) batte sulla porta rumorosa della cabina e spinge la punta ghiacciata di un fucile attraverso la fessura, condividiamo il disorientamento e la diffidenza di Sanggye.

L’uomo afferma di essere un agente della polizia forestale regionale, sulle tracce di un bracconiere che lo ha coinvolto in un inseguimento in auto su strade forestali scivolose e sconnesse (una sequenza d’azione abilmente montata che vediamo svolgersi in flashback) finché l’auto si è schiantata, uccidendo il compagno dell’agente. Sanggye sospetta immediatamente che l’uomo stesso sia il bracconiere, finché i due non si avventurano sul luogo dell’incidente e si forma una distensione. È solo temporanea, però – presto i due vengono raggiunti da Kunbo (Kunde), il messaggero senza scrupoli del villaggio di Sanggye, che si è presentato la sera prima portando alcool e cattive notizie, con il risultato che oggi Sanggye ha i postumi della sbornia e il cuore spezzato. Alla fine arriva un quarto uomo (Darggye Tenzin), anche lui armato e che sostiene di essere un poliziotto, e il palcoscenico è pronto per uno stallo a quattro, con ogni uomo che sospetta l’altro di mentire sull’essere il bracconiere o il suo complice.

La capanna sembra occasionalmente un palcoscenico su cui viene messa in scena una favola assurda al limite del beckettiano, anche se non è mai molto chiaro cosa venga allegorizzato: Trinley non sembra avere un’agenda politica, e il commento sociale che il veterano Tseden inserisce nei suoi drammi eccentrici e romanzeschi è del tutto assente. In altri momenti, il film suona come quel gioco in cui a una persona in un gruppo viene assegnato il ruolo di “assassino”, e tutti gli altri devono scoprire chi è. Solo che qui, in questa capanna bloccata dalla tormenta, con quattro uomini, quattro pistole, un’ascia e un mucchio di corna e pelli di volpe in gioco, lo stallo inizia presto a sembrare Tarantino-esque: l’epilogo di “Reservoir Dogs” in un ambiente da “Hateful Eight”.

Ma Trinley non sta fregando nessuno, e certamente non soffre della predilezione di Tarantino per la parlantina. Semmai, usa questa esile struttura generica non come un veicolo per dialoghi scattanti e scene violente, ma come un mezzo per esplorare le possibilità della narrazione visiva espressionista. Qui è aiutato dall’eccellente direzione artistica di Daktse Dundrup e da un approccio al design di produzione pieno di stranezze, ma non appariscenti: orologi fermi, unghie sporche, pane raffermo indurito e congelato alla consistenza dell’osso.

Se “One and Four” è a volte più un esercizio di regia che un film completamente formato, è perché sotto tutta l’impressionante arte non c’è molta sostanza. Ma la trama è così convincente che si può quasi trascurare quel vuoto, specialmente quando è tutto fatto con un occhiolino sornione e un mordente senso di malizia. Il che, se non l’avete capito per strada, è certamente dimostrato dal finale drammatico ma irresoluto, che riesce ad essere sia definitivo che ambivalente, e che ci lascia sorridere all’idea che per quanto Sanggye abbia appena avuto una giornata cosmicamente brutta, domani sarà ancora peggio.



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