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"Non c'è ragione per non approfittare della curiosità straniera per l' Oriente. Ma questo non deve significare che si debba assecondarne l'amore per il finto esotico. Bisogna sgombrare il campo da un gran numero di nozioni sul nostro paese e sulla nostra gente, anche se potrebbe essere più facile e da un punto di vista cinematografico, più gratificante assecondare i miti esistenti piuttosto che distruggerli" Satyajit Ray
La storia del cinema è stata certamente prodotta dai movimenti delle persone, delle idee e dei mezzi.
Progressi tecnologici, di stile, di contenuti e forme dipendono dall'apprendere uno dall'altro, interagire gli uni con gli altri, dagli scambi e dal vivere uno con l'altro. Da millenni fino alle recenti migrazioni, le persone hanno portato con sé, da una regione all'altra, le proprie convinzioni, teoriche e pratiche, insieme alla loro presenza. E' difficile immaginare quanto limitato il mondo sarebbe stato se la gente conducesse vite appartate e isolate.
Quello che emerge nel processo della globalizzazione economica mondiale più recente è una dicotomia. Mentre le comunicazioni e le relazioni economiche crescono con i movimenti delle merci e degli investimenti in tutto il mondo, anche le barriere all'immigrazione si rialzano e crescono.
Per la prima volta nella storia c'è una larghissima accettazione del movimento commerciale delle merci insieme a una reazione di chiusura al movimento della gente.
E questa dicotomia ha la strana caratteristica che le barriere politiche, etniche, religiose crescono al tempo stesso di una comprensione globale della nostra comune umanità, grazie ai progressi delle comunicazioni e della tecnologia. Le proteste contro la globalizzazione che hanno fatto irruzione nel meeting del World Trade a Seattle, l'opposizione alla globalizzazione stessa ha assunto la forma di un movimento globale. Non c'è scampo alla globalizzazione in una forma o un'altra nel mondo in cui viviamo oggi. Il problema è quale forma la globalizzazione può avere.
Il cinema asiatico del 2000 può essere visto in molte diverse prospettive, lo sguardo che questo primo anno Asiaticafilmmediale propone a Roma, con venti anteprime di film mai visti in Italia è un tentativo di mostrare differenti (anche divergenti) punti di vista.
C'e' indubbiamente una realtà asiatica non pacificata. Dall'Azerbaigian a Sri Lanka continuano devastanti (e dimenticate in Occidente) guerre civili, dal Bangladesh alla Corea le divisioni del paese, le "partition" tra mussulmani e indù, tra comunisti e imperialisti, continuano a seminare lacerazioni profonde, i metodi delle industrie occidentali e asiatiche sono messi sotto accusa nel racconto del più grave incidente industriale della storia recente dell'India (Bhopal) e in modo lucidissimo, chiaro e drammatico nel documentario sulla globalizzazione che attraversando la Cambogia incontra una memoria che non passa, un divario irriducibile tra crescita delle comunicazioni (globale) e povertà (locale). Storie vere di bambini impauriti e di vecchi abbandonati, di poeti testimoni della violenza incarcerati in Indonesia. E uno sguardo, questa volta italiano, su un paese sprofondato nel fondamentalismo: l' Afghanistan.
Sono giovani registi indipendenti come Zhang Yuan che racconta con sguardo ironico come la Cina si prepara ad entrare nel ventunesimo secolo, come il ritmo del lavoro può essere spietato nella Corea del sud, di Lee Chang-Dong. C'è il Giappone, con uno tra i più prestigiosi autori asiatici viventi, Kon Ichikawa che a ottantacinque anni realizza un capolavoro tradizionale ambientato in un piccolo paese, scritto alla fine degli anni sessanta con Akira Kurosawa, Kinoshita e Kobayashi maestri storici riconosciuti e la nuova onda incarnatasi in Takeshi Kitano ritratto in un documentario unico e originalissimo. E giovanissimi come l'imprevedibile Chang Tso-chi da Taiwan e Lawrence Wong, l'ultimissima leva "low-budget" scatenata di Hong Kong. E i più importanti e riconosciuti registi indiani, tre grandi autori con tre straordinari documentari, Buddhadeb Das Gupta sulla pittura, Adoor Gopalakrishnan sulla danza kathakali e Goutam Ghose sul Cinema di Satyajit Ray.
Il 2000 potrebbe essere ricordato per essere stato l'anno del definitivo sfondamento del Cinema Asiatico in Occidente. Ha iniziato l'anno il Film Festival di Rotterdam con un numero enorme di eventi sul Cinema Giapponese, ha proseguito Cannes, quest'anno non solo invitando numerosissimi film Asiatici in competizione, ma premiando tutti e tre i film Cinesi e ancora la coraggiosa giuria di Venezia premiando per la regia l'India. Il cinema Coreano ha ottenuto riconoscimenti dai festival dovunque.
Il Cinema Indonesiano ha riscontrato un forte impatto in molti festival e il Cinema Taiwainese continua a mietere successi ovunque. Infine il London Film Festival ha presentato decine di nuovi film Asiatici dedicandogli seminari ed eventi e "last but not least" il Festival dei Popoli di Firenze ha premiato la Cambogia dei documentari di Rithy Panh.
Chiudendo quest'anno Asiatico Europeo con Incontri con il Cinema Asiatico a Roma ci sentiamo come un topolino al seguito di un'orda di elefanti, consapevoli che anche i mouse hanno la loro funzione nelle grandi navigazioni. Il team - equipaggio che ha diretto, concretizzato e realizzato questo evento cinematografico, è composto da Sebastian Schadhauser, Massimo Forleo, Giuliana La Volpe e Alessandra Priante, e continuerà naturalmente la navigazione, soffiando sulle vele, a Oriente.
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