Liberamente ispirato alla
biografia scritta da Rechus (XII sec.) Milarepa, grande yogi
del Tibet, è la storia del viaggio mentale di uno studente
di oggi che si identifica in un giovane contadino del Nepal,
vissuto nell'XI secolo. Dopo un incidente stradale, mentre
si attende che giungano i soccorsi, Leo declama al prof. Bennett
la storia del grande maestro tibetano di meditazione Milarepa
che ha appena finito di tradurre e che rispecchia per molti
versi la propria vita. Il film, che per la sua chiara struttura
geometrica piacque molto a Pier Paolo Pasolini, è ripartito
in tre capitoli ben distinti: quello della magia nera (Mila,
spinto dalla madre vendicativa, causa la morte dei ricchi
persecutori); quello della magia bianca (Mila grazie al severo
esercizio si incammina lungo la via della saggezza); quello
della trasfigurazione (Mila, ormai diventato Budda, rivela
il segreto della felicità: l'assoluto distacco da ogni
realtà materiale).
Sceneggiatura / Liliana Cavani,
Italo Moscati
Fotografia (colore) / Armando Nannuzzi
Montaggio / Franco Arcalli
Musica / Daniele Paris
Interpreti / Lajos Balazsovits, Marisa Fabbri, Paolo
Bonacelli, George Wang, Marcella Michelangeli
Produzione / Lotar, RAI TV
Anno di produzione / 1974
Durata / 108’
Formato / 35mm
Copy / Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca
Nazionale, Roma
Liliana Cavani
Nata a Carpi, in Emilia, studia Lettere Antiche
a Bologna e Regia Cinematografica al Centro Sperimentale di
Cinematografia di Roma. Nel 1963 entra tramite concorso alla
RAI e realizza numerosi documentari ed inchieste su temi storici,
sociali e politici. Debutta nel 1966 alla regia di un lungometraggio
con Francesco Di Assisi. A partire dal 1979 si dedica anche
alla regia di opere liriche. Vince numerosi premi tra cui
il Leone d’Oro a Venezia per i documentari, la Coppa
Volpi, il David di Donatello. A lei sono state dedicate varie
retrospettive in numerosi paesi. Dal 1996 al 1998 è
Consigliere d’Amministrazione della RAI. Nel 1999 riceve
la Laurea honoris causa dell’Università LUMSA
di Roma.
Che straordinaria esperienza (in parte
dimenticata) vedere un film veramente bel-lo. Il cinema appartiene
allo stesso ordine della vita: per questo, mentre si vede
un film veramente bello, se ne sente l'artificialità,
ma, dopo averlo visto, esso si ripresenta alla memoria come
una cosa reale anche se sognata. Milarepa di Lilia-na Cavani
è uno di questi film assolutamente rari. Non lo si
ricorda come un film, ma come una perfetta Geometria, in cui
si sia sintetizzata e cristallizzata un'esperienza visiva
vissuta nella realtà. Curiosa esperienza. Noi infatti,
nella realtà, siamo condannati a vivere una "eterna
soggettiva": la macchina da presa è sem-pre al
nostro occhio, l'angolazione è sempre determinata dal
punto dove noi ci troviamo, e il campo visivo è sempre
lo spazio che ha al centro il nostro corpo. In un film, invece,
il testimone oculare che vede, è padrone di tutte le
angola-zioni possibili ed è al centro di ogni possibile
spazio. Egli può vedere contempo-raneamente la madre
di Milarepa nel suo villaggio e Milarepa in un monastero a
cento chilometri di distanza.
L'esperienza del reale vissuta dal testimone
oculare del cinema è l'esperienza di uno spirito onnipresente,
ubiquo, che talvolta vede il personaggio come un oggetto,
talvolta si immedesima col personaggio e si fa quindi soggetto,
vedendo perciò come un oggetto il luogo che prima era
il suo punto di osservazione. Chi dunque ricorda un film non
come un film (che tale è, in parte, mentre lo vede)
ma come un'esperienza del reale realmente vissuta, può
concentrare, in un unico soggetto osservante e vivente, delle
esperienze diametralmente opposte. Cioè per esempio
le esperienze: di Milarepa che vede sua madre; della madre
di Milarepa che vede Milarepa; del testimone ideale (la macchina
da presa) che vede, tutti e due insieme, Milarepa e la madre
di Milarepa. Ma nella memoria tutte queste esperienze sono
fuse: e la realtà si presenta come vista contemporaneamente
da infiniti punti di vista, pur non perdendo i caratteri della
realtà che noi cono-sciamo, cioè quella vissuta
da un punto di vista unico (il nostro soggettivo). Ora, mai
mi sarebbe venuto in mente di fare un preambolo simile per
un altro film che non fosse Milarepa. Era tanto che negli
schermi non appariva un film così bello: e dove dunque
fossero esaltate con tanta evidenza le qualità espressive
del cinema. Non solo. Ma la Geometria che sintetizza tutti
i punti di vista (vis-suta e vista vivere) di Milarepa, ha
come dire, tecnicamente i caratteri della vi-sione religiosa
del reale, che è appunto sempre polivalente e onnicomprensiva
(lo sguardo della santità "razionale" è
quello di un sublime e perfetto pittore cubista, che vede
contemporaneamente tutte le superfici di una realtà
oggettiva). L'andirivieni di Milarepa che cerca il sapere
o un modello inaugurale di sapere attraverso cui interpretare
la vita, si cristallizza nel film della Cavani in una serie
di linee quasi rigidamente ritmiche: una successione di inquadrature
ferme, di pa-noramiche per lo più irregolari (in cui
si giustifica anche qualche movimento di zoom) su un mondo
"profilmico" stranamente geometrico anch'esso: un
Abruzzo brullo e azzurro, spesso con nuvole o nebbie vaganti
su distese di rocce perdute in una solitudine particolarmente
profonda.
Anche nella parte moderna, che fa da cornice
e da fondamento all'esperienza re-ligiosa di Milarepa, e che
ha la funzione di renderla esplicitamente onirica, la Geometria
(ripeto, tecnicamente irregolare) è perfetta. Onirica
anch'essa. Un so-gno su cui si impianta un altro sogno.
In cosa consiste l'esperienza religiosa
di Milarepa? Letteralmente, si tratta di un'e-sperienza mistica
classica, tipica di qualsiasi Bassa Era o Medioevo: tipica
di qualsiasi cultura di un mondo agrario ristretto socialmente
e magari fisicamente im-menso. Decisione di annullare la realtà,
ricerca del Sé, concentramento di tutti i fenomeni
fisici in un Senso unico che ne assicuri la perfetta circolarità
(l'eterno ritorno) o, meglio ancora, la completa contemporaneità
e identificazione; e la con-seguente ritualità della
vita pratica, come rinuncia, rifiuto del mondo ecc. Ma la
Cavani non è sostanzialmente religiosa: essa è
profondamente suggestionata dalla religione come da un fatto
o pratico o estetico. Non ne sa cogliere la razionalità,
oppure l'irrazionalità che sconvolge e distrugge tutto.
Quasi senza rendersene con-to, la Cavani ha raccontato non
la vita di Milarepa, ma il suo apprendistato. Ciò ha
reso il film profondamente e miracolosamente intimo. La Cavani
vi ha infat-ti proiettato una propria immagine di adolescente
ideale (che fu ed è vera) che cerca un Maestro e, attraverso
esso, il Sapere: qualsiasi sapere, questo è il punto.
Non importa se laico o religioso, se razionale o irrazionale,
se sacro o profano, se accademico o pratico (fino magati al
nozionismo o all'ammaestramento al suc-cesso). Ogni tipo di
sapere è identico di fronte al ragazzo che vuole essere
ini-ziato (e che dunque sa solo il proprio non sapere). Non
per nulla Milarepa pas-sa con una certa indifferenza, o almeno
una indifferenziata ansia, da un maestro all'altro. Quando
egli trova finalmente il maestro che una certa maturità,
già co-munque raggiunta, gli indica come il "suo"
e glielo fa scegliere definitivamente, comincia la parte più
straordinaria del film: la storia dei rapporti tra un ragazzo
che non sa e vuole e sapere e un maestro che sa e ha paura
del proprio sapere. [...]
Pier Paolo Pasolini, «Cinema Nuovo»,
n. 229, maggio-giugno 1974
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