RETROSPETTIVA SUL CINEMA KAZAKO
L’adoloscente, un nuovo eroe nel cinema kazako
L’apertura delle prime sale cinematografiche in Kazakistan
risale all’inizio del XX secolo. Nel 1914 le venti sale
presenti sul territorio si concentrano però tutte nelle
grandi agglomerazioni urbane; la maggioranza della popolazione,
contadina o addirittura nomade, scoprirà quindi la
settima arte solo molto più tardi.
Le prime riprese realizzate in Kazakistan risalgono invece
al 1928 e si tratta di cortometraggi di propaganda (i cosiddetti
“agitfilms”, ossia film di propaganda sovversiva)
che non sono girati da registi locali ma da registi russi
trasferitisi temporaneamente o definitivamente in Asia centrale.
Il primo vero lungometraggio kazako, che è allo stesso
tempo il primo film parlato, risale al 1938: si tratta di
Amangueldy di Moisey Levin. Questo film, come la mggior parte
dei film dell’epoca, è centrato sulla conquista
dell’est da parte dei rossi (bolscevichi) in lotta contro
i rappresentanti del vecchio regime, i basmachi. Tale schema
narrativo darà vita ad un genere cinematografico tipico
dell’Asia centrale, meglio conosciuto sotto il nome
di “Eastern”, ed in cui predominano personaggi
dal profilo forte ed eroico.
Saranno poi curiosamente gli sviluppi storico-politici dell’epoca
a permettere agli “studios” kazaki di conoscere
una vera e propria ascesa: agli inizi della seconda guerra
mondiale l’Unione Sovietica decide infatti di trasferire
i suoi principali teatri di posa in Asia centrale. Il paese
che trarrà i maggiori benefici da questa nuova situazione
sarà proprio il Kazakistan; le attrezzature principali
di Mosfilm e Lenfilm saranno infatti trasferite agli “studios”
Tsoks, a Almaty, ed è qui che, tra il 1941 e il 1944,
sarà realizzato l’80% dei film sovietici dell’epoca
e saranno ricevuti i più grandi cineasti del momento;
le riprese della prima parte di Ivan il Terribile di Sergei
Eiseinstein, ad esempio, sono state girate a Almaty
Quando, nel 1944, i tecnici russi lasciano il Kazakistan,
buona parte delle attrezzature rimane sul posto. Le influenze
positive di una tale interazione, però, non si fanno
sentire nell’immediato per quanto riguarda la produzione
nazionale; il primo dopo-guerra segna infatti l’inizio
della cosiddetta epoca “dei pochi film”, durante
la quale, nel periodo che va dal 1945 al 1953, solamente tre
film saranno realizzati in Kazakistan
È dunque al momento del disgelo e all’inizio
degli anni ’60 che il cinema kazako e quello delle repubbliche
sue vicine conosce una vera e propria stagione nuova. Una
delle figure faro di quest’epoca è Shaken Aimanov,
dapprima celebre attore ed in seguito regista di una fama
tale che nel 1984 il teatro di posa nazionale del Kazakistan
decide di portare il suo nome
Nel film Land of Fathers (Terra dei padri) (1966), come
nella maggior parte delle produzioni dei registi di quest’epoca,
è forte l’influenza del neorealismo italiano,
ma la caratteristica che appare in modo ancor più evidente
è il rifiuto del concetto di eroe classico: è
finito il tempo dell’eroe giustiziere, determinato e
forte. Il film comincia con la constatazione della morte dell’eroe:
é l’inizio del viaggio di un nonno e di suo nipote
alla ricerca del corpo del proprio figlio, per l’uno,
padre per l’altro, morto in guerra in terra straniera,
per poterlo seppellire in suolo patrio. Il film si costruisce
quindi a partire da quest’assenza fondamentale. Come,
dunque, potrebbe ora un nuovo eroe sorgere da tali ceneri
Dato significativo nei quattro film della retrospettiva,
l’eroe è un adolescente (o un’adolescente)
esitante che diventa forte e si costruisce sotto lo sguardo
dello spettatore. Scegliere proprio questa stagione della
vita, l’adolescenza, per i personaggi principali dei
diversi film non è un caso. Il nuovo eroe adolescente
conferisce al racconto una grande flessibilità: come
durante l’infanzia, il passo è breve dalle lacrime
al sorriso, dalla zuffa alla dansa (è ciò che
accade in Balcony (Balcone) di Salykov). Allo stesso tempo,
le prime vere difficoltà della vita adulta cominciano
già a mostrarsi: così, ad esempio, nel film
di Aimanov, il personaggio del ragazzo partito alla ricerca
del corpo del padre pone la questione del dovere, e in Balcone
il giovane Aidar nutre un sentimento di responsabilità
nei confronti del destino della gente del suo quartiere. La
storia di un adolescente si presta a diverse chiavi di lettura:
racconto iniziatico della costruzione di un individuo (la
nascita di un poeta in the Island of Rebirth (L’isola
della rinascita) ), impronta evidente di un’epoca e
del destino di un’intera generazione (è il caso
di Aidar in Balcone) o ancora incarnazione del destino di
una nazione (è il caso di Leyla)
All’esitazione e alla debolezza tipiche dell’adolescenza
si aggiunge inoltre poco a poco la nozione di emarginazione.
Se l’eroe di Shaken Aimanov è un ragazzo perfettamente
normale, rappresentativo, potremmo dire, già in Balcone
fa la sua apparizione une figura forte di emarginato che diventerà
in seguito il personaggio tipo della Nouvelle Vague kazaka
di cui Kalybek Salykov è l’immediato precursore.
Si tratta del personaggio del pittore che attraversa il suo
film ed il cui discorso sulla libertà ha un forte eco
tanto per lo spettatore quanto per il giovane Aidar. Il fotografo
itinerante de L’isola della rinascita può essere
considerato come una sorta di variazione sul tema di questa
figura marcante. Quanto alla giovane Leyla, l’eroina
di Satybaldy Narymbetov, siamo di fronte, in questo caso,
ad un esempio estremo dell’eroe emarginato: claudicante,
sempliciotta e addirittura un po’ maga, è un
personaggio capace d’incarnare, da solo, il popolo kazako
e le sue sofferenze
L’adolescenza, età di transizione, permette
allo stesso tempo di porre la questione dell’eredirà
culturale e storica, questione che preoccupa instancabilmente
il cinema kazako. Questi quattro film hanno infatti un ulteriore
aspetto in comune: in tutti e quattro i casi l’azione
ha luogo in un’epoca anteriore della storia del paese.
In Terra dei padri, nel 1966, Aimanov racconta la fine della
seconda guerra mondiale; in Balcone nel 1988, Kalybek Salykov
parla degli anni ’50; in Leyla’s Prayer (La preghiera
di Leyla), nel 2002, Narymbetov guarda alle ferite inflitte
al Kazakistan dal governo sovietico; ne L’isola della
rinascita, nel 2004, Rustem Abdrashev s’inspira apertamente
alla biografia di suo padre. Non si risale indietro nel tempo
di molti secoli, ma solo di qualche decennio, come se i cineasti
kazaki fossero capaci di raccontarsi esclusivamente in maniera
retrospettiva e tentassero senza posa di raccontare la storia
dei propri padri per comprendere la loro
Questo ritornare constantemente sulla propria storia è
sottolineato anche dalla musica che, un po’ antiquata
e senza tempo, crea in Balcone o ne La preghiera di Leyla
un’atmosfera immediatamente riconoscibile
“Il cinema è particolarmente prezioso perché
oggi è attraverso di esso che si esprime in modo percettibile
la cultura nazionale” scrive il grande poeta kazako
Oljas Suleymenov
Il cinema dell’Asia centrale da vita molto presto
ad una tradizione di adattamento al grande schermo di opere
letterarie nazionali grazie alla quale alcuni poeti e scrittori
hanno marcato in maniera durevole il cinema della regione.
È il caso, ad esempio, di Oljas Suleymenov che ha avuto
un ruolo fondamentale nello sviluppo del cinema kazako negli
anni ’60 e ’70. Autore di opere adattate al grande
schermo e sceneggiatore, è stato anche negli ’70
segretario dell’Unione dei cineasti del Kazakistan e
ha potuto da questa posizione difendere un cinema d’autore
nazionale
Il ruolo fondamentale della poesia in quanto vettore del
carattere e della cultura nazionali è dunque evidente
in almeno due dei film della retrospettiva. In Balcone, di
cui Suleymenov è sceneggiatore, non solo si declamano
versi di poesia kazaka, ma inoltre si dichiara l’ugual
valore della poesia russa e kazaka attraverso una scena solo
apparentemente insignificante: a bordo di un camion che attraversa
la scena sono poste fianco a fianco le statue di Pouchkine
et di Abai, maggior poeta kazako. Per quanto riguarda poi
L’isola della rinascita, Rustem Abdrashev a concepito
il film come un omaggio alla biografia di suo padre, il poeta
Jaraskan Abdrashev, i cui testi occupano gran parte della
colonna sonora
Eugenie Zvonkine
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