Forough Farrokhzad
Forough Farrokhzad (Teheran, 1935-1967) è la maggiore
poetessa iraniana del XX secolo. Tra le voci che popolano
il panorama culturale iraniano contemporaneo, la Farrokhzad
è quella che meglio restituisce le insolute contraddizioni
che percorrono l’Iran e la complessa ricchezza della
sua produzione culturale, in cui varie e mutevoli forme artistiche
sono state elaborate a comporre un magnifico mosaico
L’inarrestabile popolarità della poetessa supera
di gran lungo l’attenzione prestata dai critici letterari
alla sua produzione poetica. Il sepolcro di Farrokhzad, morta
prematuramente in un incidente stradale, è continua meta
di giovani ammiratrici ed ammiratori commossi. La sua opera,
oscurata in Iran con la Rivoluzione islamica, è stata
riammessa nel circuito librario ufficiale verso il 1996
La Farrokhzad comincia a comporre versi nella forma classica
del ghazal quando ha appena quattordici anni, ma la sua prima
raccolta di poesie, dal titolo Asir (La prigioniera), viene
pubblicata nel 1955. L’anno successivo esce la seconda
silloge, intitolata Divar (Il muro), che la poetessa dedica
all’ex marito Parviz Shapur, sposato all’età
di sedici anni. Il matrimonio tra i due, fortemente voluto dalla
Farrokhzad, si infranse dopo appena due anni. Dalla unione era
nato Kamiar, affidato al padre in seguito alla separazione.
L’allontanamento dal figlio, cui la Farrokhzad diventerà
con gli anni sempre più estranea, fu per lei un dramma
insopportabile che troverà, però, sublimazione
nella sua stessa poesia. Per la Farrokhzad la consacrazione
come poetessa emergente arriverà nel 1958 con la pubblicazione
della terza raccolta intitolata Esiyan (Ribellione).
Per liberarsi dalle pressioni familiari e sociali, tra il 1956
e il 1957 Forough aveva intrapreso un viaggio in Europa che
l’aveva portata anche in Italia - in particolare a Brindisi
e a Roma. Ne è testimonianza un diario di viaggio denso
di riflessioni personali più che di riferimenti puntuali
e datazioni precise.
Donna dal temperamento fiero ed ardente, Forough – come
familiarmente la chiamano gli iraniani – condusse la sua
breve ma intensa esistenza all’insegna della piena libertà
di spirito, non di rado entrando in conflitto con gli ambienti
più conservatori della politica e della cultura. Negli
anni Cinquanta e nella prima metà degli anni Sessanta
– periodo della produzione artistica della Farrokhzad
– l’Iran fu scosso da significative trasformazioni
sociali e politiche (quali il rovesciamento del governo nazionalista
di Mosaddeq ad opera della CIA e di Mohammad Reza Pahlavi e
la politica di modernizzazione forzata condotta dallo shah,
culminata nella cosiddetta “Rivoluzione bianca”)
che contribuirono a determinare un clima di instabilità.
Forough Farrokhzad, in quanto intellettuale iraniana, fu “antenna
sensibile” dello spirito del suo tempo e la sua poesia
rimanda gli echi di un turbamento che non è solo personale
dell’artista ma sociale. Le poesie della Farrokhzad, a
lungo etichettate dalla miope critica letteraria come intimiste,
sono invece caratterizzate da una forte “ambiguità
letteraria”, cifra stilistica di tutta la letteratura
persiana. Alcuni versi di Forough, infatti, avendo duplici livelli
di significato, sono soggetti a diverse interpretazioni semantiche:
in una poesia come “Soffro per il giardino” –
che altro non sembrerebbe se non un’ode personale frutto
di ricordi e riferimenti all’intimo mondo dell’autrice
– non si possono non riconoscere riferimenti alle vicende
storico-politiche dell’Iran e alla disillusione dilagante
dell’epoca.
Farrokhzad parteciperà in maniera appassionata al dibattito
in corso nell’Iran post-Mosaddeq sul ruolo dell’intellettuale.
Per Forough gli intellettuali iraniani del suo tempo devono
raccogliere la sfida dell’inevitabile confronto con l’Occidente
e la modernità senza per questo rinunciare alla propria
tradizione e alla propria identità.
Per dare forma alla prorompente urgenza di scrivere («Mio
amore e mia compagna è la poesia e mi avvio a scoprire
questo amore», “La casa deserta” dalla raccolta
La prigioniera), Forough non potè che adottare il verso
libero come forma stilistica, mettendosi così sulla scia
del grande maestro Nima Yushij, pioniere della cosiddetta “poesia
nuova”
La poesia di Forough è uno squarcio nella cortina di
convenzioni letterarie che avevano fino ad allora isterilito
la produzione poetica millenaria dell’Iran. Deplorando
la superficialità di contenuti e l’artificiosità
della lingua della poesia tradizionalmente intesa, la Farrokhzad
dà voce alle proprie aspirazioni di donna, ai propri
conflitti interiori e alla frustrazione per un ambiente politico-culturale
a lei ostile. Essendo la prima donna in Iran a scrivere di desiderio
e passioni, Farrokhzad diventa, suo malgrado, la voce del dissenso
femminile, non per scelta intellettuale, ma per vocazione, per
istinto: la sua opera rispecchia l’integrità individuale
di una donna, artista e poetessa, che si dedica all’arte
senza infingimenti.
Nell’ansia di sperimentazione che mescola senza confine
arte e esistenza, dal 1958 Forough si dedica con passione al
cinema collaborando con la casa di produzione cinematografica
di Ebrahim Golestan, autorevole scrittore, regista e produttore,
al quale sarà legata fino alla morte da un rapporto di
intima amicizia. Nel 1960 Forough recitò e collaborò
alla produzione del film Il rito del matrimonio in Iran. L’anno
successivo realizzò la colonna sonora per il documentario
di Ebrahim Golestan Mawj o marjan o khara (Onda, corallo e roccia)
e il montaggio di Yek atash (Un fuoco) un documentario girato
nel 1959 vicino Ahvaz durante l'incendio di un pozzo petrolifero
che brucia per due mesi prima che intervengano i pompieri americani
a spegnerlo. Nel 1962 il film ottiene un premio al Festival
del cinema di Venezia. L’impegno di Forough nel cinema
la porta prima nel 1959 e poi nel 1961 a viaggiare in Inghilterra
per studiare produzione cinematografica. Nel 1962 Forough scrive,
dirige ed edita Khane siyah ast (La casa è nera), girato
nel lebbrosario di Tabriz. La Farrokhzad ne scrive la sceneggiatura
adattando versi della Torah e del Corano. Il film, commissionato
dalla Associazione per i malati di lebbra, vince il premio come
miglior documentario al Festival di Oberhausen nel 1963. Nella
primavera del 1962 Forough si era recata nell’istituto
per preparare la produzione del film che la consacrerà
cineasta di punta della nuova cinematografia iraniana d’autore.
Forough si immerse con grande coinvolgimento emotivo nella vita
quotidiana dei lebbrosi dell’istituto, cercando di instaurare
con loro un rapporto di fiducia e rispetto. Nell’autunno
dello stesso anno Forough tornerà a Tabriz con un operatore
e due fonici per iniziare le riprese del film che dureranno
dodici giorni. Dalle numerose testimonianze della regista su
questa forte esperienza umana, prima che professionale, si è
appreso che alcuni rapporti instaurati nell’istituto continueranno
anche dopo la fine delle riprese (in questa occasione Forough
adotterà un bambino dell’istituto e, con il consenso
dei genitori, lo porterà con sé a Teheran)
In La casa è nera, la macchina da presa entra in un istituto
dove vivono nascosti al resto del mondo uomini, donne e bambini
di cui Forough ci restituisce con umana pietas straziati volti,
corpi e sorrisi. La regista non risparmia particolari raccapriccianti,
senza mai indulgere, grazie ad una fotografia in B&N a luce
naturale e ad un montaggio sapiente, nel voyeurismo. Il lebbrosario
diventa microcosmo in cui guardare i lati oscuri di una società
e il buio dell’esistenza umana senza misérabilisme.
«Il mio film si apre con l’immagine di una donna
che si guarda allo specchio. Questa donna simboleggia in realtà
l’essere umano che osserva la sua vita allo specchio,
qualsiasi sia questo specchio» . La casa è nera
è un film su una comunità di lebbrosi reclusi
in un istituto, ma non solo: è anche un film su quanti
si ritrovano imprigionati in una vita da cui non possono sfuggire.
«Credo che uno dei motivi per cui gli uomini si dedicano
all’arte è l’inconscia necessità di
affrontare, resistere alla decadenza»
Jonathan Rosenbaum, sguardo autorevole della critica americana,
individua nel percorso artistico di Forough l'origine di quella
che sarà la cosiddetta Nouvelle Vague del cinema iraniano,
in particolare della produzione di Abbas Kiarostami. Questi
ha reso omaggio a Forough dando ad un film il titolo di una
sua poesia (Il vento ci porterà via) e facendo recitare
ai suoi personaggi le odi della poetessa. È ormai
acclarato che l’unico film diretto dalla Farrokhzad, vincitore
di numerosi riconoscimenti internazionali, sia una pietra miliare
nella storia del cinema iraniano e abbia fatto scuola per qualità
artistica e rilevanza sociale. Una conferma in tale senso viene
dalle parole del noto regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, il
quale afferma: «La casa è nera è il miglior
film iraniano ad aver influenzato il cinema iraniano»
Nella sua ricca esperienza cinematografica, Forough aveva anche
recitato in un film mai portato a termine tratto dal racconto
Darya chera tufani bud? (Perché il mare è in burrasca?),
opera del noto scrittore Sadeq Chubak, amico e consulente letterario
della poetessa. La vita professionale di Forough si arricchisce
anche di un’esperienza teatrale. Con scandalo di molti,
Forough interpretò la parte della figliastra nella prima
(1964) rappresentazione teheranese di Sei personaggi in cerca
d’autore di Pirandello, con traduzione inedita dal francese
e regia di Pari Saberi. Più tardi, Forough tradusse in
farsi St. Joan di Bernard Shaw con l’intenzione di recitare
la parte della protagonista del titolo. Questa traduzione, come
quella di Colossus of Maroussi di Henry Miller, non sarà
mai pubblicata. Intanto, continuava la sua carriera cinematografica
al fianco di Golestan: Forough, infatti, realizzò documentari
commerciali (si veda quello per la casa editrice Keyhan) e codiresse
Khesht-o ayeneh (Il mattone e lo specchio, 1965), lungometraggio
caratterizzato da un forte realismo allegorico che occuperà
un posto di preminenza nella storia del cinema iraniano. Nel
1966 la Farrokhzad partecipò al Festival del Cinema d’Autore
di Pesaro dove – come riferiscono i suoi biografi iraniani
- avrebbe incontrato Bernardo Bertolucci
Per Forough la poesia continuerà ad essere compagna di
vita fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1964 viene pubblicata
Tavallodi Digar (Un’altra nascita), silloge che, a detta
dei critici, segna la maturità poetica di Forough. Ella
si dichiarerà insoddisfatta per i risultati poetici ottenuti
con questa raccolta, e nel bisogno urgente “come il respiro”
di scrivere poesie Forough realizzò Iman biyavarim be
aghaz-e fasl-e sard (Crediamo nell’arrivo della stagione
fredda), quinta e ultima raccolta di poesie pubblicata postuma
nel 1974
La produzione artistica di Forough è oggi un riferimento
importante per le generazioni di artisti che vogliono creare
nuovi spazi di libertà. Tra i grandi nomi dell’arte
contemporanea internazionale, ricordiamo la nota artista visiva
Shirin Neshat, che ha immortalato donne sulla cui pelle sono
vergati i versi della Farrokhzad
Per concludere, riportiamo le parole del cineasta Chris Marker,
che incontrò Forough a Teheran: «Coraggiosa, non
cercava né alibi né difese. Come i professionisti
del dolore conosceva da vicino i loro desideri e l'orrore del
mondo. Come gli esperti della giustizia sentiva la necessità
della lotta, senza mai tradire la sua ispirazione profonda»
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Bianca Maria Filippini
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