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… Mahasweta Devi: outsider e insider

All’inizio sono lì a rimuginare; mi muovo, cammino, faccio qualcos’altro, ma la storia è lì, siede e aspetta. Poi, a poco a poco, il nucleo centrale prende forma (mi riferisco alle mie opere principali). Comincio a scrivere quando il movimento diventa centrifugo. Allora, sono i personaggi stessi che cominciano ad avanzare le loro richieste. Comunicano. Perché non si tratta di semplici personaggi. Mary Oraon, il personaggio, io l’ho vista. Quando ho visitato Mckluskiegunge. Sua madre doveva appartenere ad una delle prime generazioni di Anglo Indiani. Sembrava una memsahib. In una grande casa, pressoché abbandonata – ne occupavano una sola stanza, ingombra della grande letteratura di altri tempi - . Una ragazza che presumibilmente si alzava la mattina, mangiava del riso, che per tutta la notte era stato a bagno, con dei peperoncini e altre cose, si vestiva di un pezzo di stoffa del giallo colore dell’haldi, stringendoselo forte intorno alla vita, si legava i capelli e usciva per occuparsi del bestiame. Nessuno poteva competere con lei quanto al bestiame, in quella giungla infestata di tigri … era una grande. Si innamorò di un ragazzo musulmano, io ho percepito in lei le più grandi qualità … noncurante del mondo che la circondava, regina di tutto ciò a cui rivolgeva il suo sguardo attento … questa è Mary Oraon.

«Al mercato di Thori, Mary ha innumerevoli ammiratori. Scende alla stazione come una regina. Siede al posto che le spetta di diritto in mezzo alle altre bancarelle. Accetta sigarette dai colleghi ambulanti, beve tè e mastica betel a loro spese, ma non incoraggia nessuno. Lei ha scelto Jalim, il boss degli ambulanti, un ragazzo sveglio. Si sposeranno quando saranno riusciti a mettere insieme cento rupie».

Sono degli individui, posso vederli, agiscono indipendentemente dalla mia volontà.

È molto importante questo loro “agire indipendentemente dalla mia volontà”. Nel mio modo di scrivere c’è mukty, libertà. I personaggi agiscono indipendentemente da me. Liberandoli, conferisco loro quella piena facoltà di azione che nella vita reale non conoscono. Sento che questa avrebbe dovuto essere la norma. Voglio semplicemente che le cose siano come avrebbero dovuto essere. Ed è proprio qui che entra in gioco la questione della giustizia.

Questo mio modo di procedere nella scrittura … prende spunto da così tanti elementi: filastrocche, proverbi, frammenti che già contengono così tante storie.
Il corpo, non goduto, non consumato …
Se una donna prova piacere fisico … tanta gente pensa che non sia legittimo … la fame del corpo non dovrebbe essere bandita, è qualcosa di così basilare … fin da piccole ci dicono che dobbiamo vergognarci del nostro corpo. Io sono sempre stata considerata una svergognata – correvo in giro con il sari tirato su – dall’età di 13 anni ho dovuto indossare un sari … un giorno scriverò qualcosa in proposito – non ho goduto di questo mio corpo. Non abbastanza.

Fin da quando ero piccola ho sempre amato molto ascoltare i racconti degli anziani, le loro vite, piene di sventure. Non dimenticherò mai … una volta ho scritto una storia su di lei … era stata sempre considerata una persona maledetta, era rimasta vedova; le è accaduto quello che generalmente capita alle vedove. Era di una bellezza fuori dal comune, ma, siccome è rimasta vedova quando era ancora molto giovane, non è riuscita a salvarsi dagli uomini. Portava su di sé una colpa incancellabile. Ho incontrato altre donne così, a cui si dava la caccia … viveva tutta sola, lontano, in un pascolo ai confini del villaggio, completamente sola. Era stata cacciata via. Eppure, perfino lì, non la lasciavano in pace. La convocavano e le domandavano, Vuoi che ti esiliamo nella foresta? Lei rispose allo zamindar, Anche se vivessi là dove si cremano i morti ci sarebbe qualcuno che viene a bussare alla mia porta e io sarei costretta ad aprire. Sai di chi parlo. Lo zamindar era tra quegli uomini. Nessuno si preoccupava del fatto che lei potesse aver bisogno di riso, di cibo. Mia nonna materna era una donna di una natura regale. La chiamò, dicendole, Vieni da me. Le diede riso, verdure, ogni sorta di cose – a quell’epoca mia madre non era ancora sposata – e disse alle sue figlie, Questa donna non ce la fa a portare tutto da sola, andate con lei, aiutatela a portare tutto fino a casa sua. Allora, il suo cognato più anziano intervenne. Non avresti dovuto farlo. E lei gli rispose, Può forse andarsene dal villaggio? Non ha un posto dove andare. Ma almeno ha da mangiare. Gli uomini continuano ad andare da lei. Ma ora ci vanno anche le donne.

Sebbene i personaggi delle mie storie siano presi dalla vita vera, mutano, non rimangono quelle stesse identiche persone. Io li prendo e poi aggiungo miti, leggende … in Draupadi c’è una frase molto importante. Dopo lo stupro di gruppo, ho scritto «passano un miliardo di lune». I tribali misurano il tempo in base ai cicli lunari. Ho dovuto portare Draupadi oltre il tempo, è stato sempre così. Le donne tribali sono da sempre maltrattate in questo modo. Ecco perché dopo miliardi di lune.

«La caccia rituale di primavera, il Jani Parab, quest’anno tocca alle donne, rivela il sacerdote. Per dodici anni la conducono gli uomini. Poi viene il turno delle donne. Al pari degli uomini, le cacciatrici escono armate di arco e frecce. Corrono nella foresta e sulla collina. Uccidono porcospini, conigli, uccelli, tutto quello che riescono a scovare. Dopo mangiano insieme, bevono alcolici, cantano e rientrano a notte fonda. Esattamente come gli uomini. Una volta ogni dodici anni. Infine accendono il falò di primavera e si mettono a parlare. Budhni racconta. Quella volta abbiamo preso un leopardo. Ero giovane, allora. Le donne anziane ascoltano, quelle di mezz’età cucinano, le giovani cantano»


Il Jani Parab è una festa molto eccitante. Quel giorno, ogni donna, di ogni famiglia, esce di casa. Quel giorno figli, mariti e datori di lavoro non contano. Quello è il giorno delle donne. Sono libere, per tutta la giornata. Si tratta evidentemente di un’antica usanza che è sopravvissuta. Nella mente di Mary Oraon, quando le si avventa addosso quell’uomo diventa un animale, una preda. E la caccia è un atto di liberazione straordinario. Quel giorno, la caccia non è un peccato. Uccidere suscita in lei un senso di liberazione straordinaria.

La scrittura forense scopre, rivela tutto. Rivela le manovre e le macchinazioni politiche


Io credo nella documentazione. Dopo aver letto i miei lavori, il lettore dovrebbe affrontare la verità dei fatti, vergognarsi della faccia vera dell’India. Per capire veramente queste storie bisogna conoscere la realtà rurale e le leggi che legano gli uomini alla terra; perché lo sfruttamento di casta e di classe, e la resistenza di coloro che ne sono vittime, sono radicati nel sistema indiano di proprietà della terra.

Sto lottando per un caso che considero di interesse pubblico. Il 10 febbraio, Budhan Sabar e sua moglie Shaonli Sabar stavano andando in bicicletta verso il Bara Bazar, vicino a Purulia, in visita a dei parenti. Lungo la strada si sono fermati a comprare del paan. Sono arrivati degli agenti del thana – il posto di polizia – di Bara Bazar, hanno preso Budhan e l’hanno trascinato via con loro. Questo accadeva il 10. Ma la polizia ha stilato il rapporto ufficiale soltanto l’11. Perché sapevano che avrebbero dovuto portarlo in tribunale il 12, poi trattenerlo per ulteriori indagini. Si trattava ovviamente di un’accusa pretestuosa. Tra il 10 e il 12, nella cella di sicurezza, è stato sottoposto al kambal dhulai, il che significa che è stato picchiato dopo essere stato avvolto in una coperta perchè i segni delle percosse non fossero visibili sul suo corpo. Non gli è stato dato nulla da mangiare, solo del liquore. E la cosa si è ripetuta più volte. Budhan è stato accusato di tutti gli episodi di brigantaggio che si sono verificati nella zona. Lui diceva sì, sì, sì, sì. Pensava che se avesse risposto di sì a tutto, l’avrebbero lasciato andare. Niente affatto. Il 12 l'hanno portato in tribunale, che ha stabilito di trattenerlo per ulteriori indagini. È stato riportato in cella. E il 16 sera di nuovo in tribunale, poi di nuovo in prigione. Nel frattempo aveva incontrato qualcuno a cui aveva detto che non sarebbe sopravvissuto e che era stato picchiato senza alcuna pietà; poi, una volta in prigione, ai compagni di cella che avevano visto che non riusciva né a muoversi, né a parlare, né à camminare, continuava a ripetere che non sarebbe sopravvissuto e che lo stavano picchiando selvaggiamente. Il 17 l'hanno portato via da quella cella. Non aveva né gamchhaa – un telo di stoffa – né nient’altro con sé. Certo che non l’aveva, stava andando a far visita a dei parenti. Gli fu chiesto di spazzare il cortile della prigione. Un uomo minacciato di morte e che vive da sempre nel terrore della polizia, della prigione e di questo tipo di situazioni, farà del suo meglio per riuscire a muoversi, anche se è mezzo morto. Budhan ha provato a spazzare il cortile. Poi si è messo a urlare e chi è corso in suo aiuto ha visto che lo stavano picchiando di nuovo. Non permettevano a nessuno di aiutarlo. Budhan stava zitto. È stato portato in una cella d’isolamento, lontana. Ce l'hanno buttato dentro e hanno chiuso la porta. Anche gli altri prigionieri sono stati ricondotti in cella e chiusi dentro. Si trattava di qualcosa di insolito, visto che, normalmente, al mattino i prigionieri svolgono diverse mansioni all’interno del carcere. La porta è rimasta chiusa per l’intera giornata e Budhan non ha avuto né il suo tiffin – il bicchiere – né il suo pasto. Quella sera gli agenti hanno dichiarato, senza dare troppa importanza alla cosa, che si era impiccato. Con cosa? Una gamchhaa! Quando sono arrivati i funzionari distrettuali e hanno aperto la cella, l'hanno trovato disteso a terra, e una gamchhaa pendeva da qualche parte nella stanza. È ora compito della giustizia cercare di capire com'è possibile che una persona rinchiusa in una cella d’isolamento si suicidi in questo modo, e spetta a loro prendere le dovute decisioni. Ma noi, nel frattempo, siamo in grado di farci un’idea su come sono andate le cose. La mattina del 18, tutto si svolgeva in una segretezza tale che nessuno di noi, neanche il Samiti - il consiglio, di solito formato da donne - che era lì riunito, è riuscito ad avere informazioni. Il corrispondente di un giornale bengali mi ha telefonato, poi ha chiamato anche il Samiti e insieme sono corsi sul posto. A quell’ora sul cadavere di Budhan era già stata eseguita la prima autopsia. Poi sono arrivati anche la moglie e tutti gli altri. La polizia faceva pressioni perché il cadavere fosse cremato immediatamente. I Sabar si sono opposti, noi non cremiamo i nostri morti, lo riporteremo a casa. L'hanno portato al villaggio, ma la polizia lo stava già setacciando e allora hanno seppellito Budhan da qualche parte nel centro abitato. Hanno nascosto il corpo talmente bene che sarebbe stato impossibile trovarlo – ho registrato tutto in un video che ora è una prova nelle mani della giustizia. In seguito, per calmare e ingannare la polizia, hanno cremato un cadavere, ma fatto di paglia. E urlavano a squarciagola Hari bol! e altre frasi di questo tipo. Tutti hanno pensato che Budhan fosse stato cremato. Solo allora il corpo è stato trasferito nella sua capanna. È stata la moglie stessa, la sua vedova, a deporre il marito in una buca scavata nel pavimento di terra della piccola stanza, ci ha steso sopra un materasso e ha dormito lì. Shaonly ha potuto finalmente dormire in pace quella notte, era soddisfatta … dopo tutto, Budhan era lì con lei, era riuscita a tenerlo con sé. Più tardi il tribunale ha ordinato la riesumazione del cadavere per eseguire una seconda autopsia. Il giudice del distretto era a dir poco elettrizzato, un alto funzionario della polizia assolutamente scioccato. L’amministrazione del distretto, che credeva che il corpo fosse stato cremato, era molto irritata dalla situazione. Sono andati tutti al villaggio con delle camionette piene di poliziotti; il giudice, gli alti funzionari della polizia chiedevano a tutti, Chi ti ha detto di farlo? Perché il corpo non è stato cremato? I Sabar hanno un terrore incondizionato della polizia, eppure due di loro si sono fatti avanti per dire, nessuno ce l’ha detto, l'abbiamo deciso da soli, perché la polizia ci stava esasperando. Allora anche le donne che stavano intonando un lamento funebre, urlando, battendosi il petto, si sono fatte coraggio. Si sono avvicinati ai poliziotti e hanno cominciato a provocarli, – cosa volete fare? Ammazzarci? Spararci? Su avanti, sparatemi, sparate a tutte! Non vi lasceremo prendere Budhan! Non lo abbandoneremo! Tutto quello che succedeva era ripreso dalle cineprese della nostra organizzazione, e quindi la polizia si è fermata. Poi hanno portarto Budhan a Purulia dove è stata eseguita la seconda autopsia. Quando l'hanno portato via dal villaggio era ormai ridotto a una carcassa putrida e gonfia; e dopo l’autopsia hanno chiesto alla famiglia di andare a riprendersi quel corpo di cui non restavano ormai che brandelli. La moglie aveva detto, sto troppo male e non sono assolutamente in grado di andarlo a prendere. E la polizia non poteva far niente, perché è obbligata per legge a restituire il cadavere. – Se dovete ridarcelo, venite voi a riportarlo al villaggio. Ma la polizia non poteva permettersi di affrontare una situazione simile. E quindi Budhan sta lì seduto. Budhan, un Sabar, ormai un cadavere in putrefazione, aspetta lì, seduto, che qualcuno venga a prenderlo … tutto questo non l’ho inventato io, è ciò che è successo. E io ho il compito di renderne conto. Sto portando via io il cadavere di Budhan, qui, da qualche parte. Mi sento pesante, sotto il suo peso …

Non invento storie, continuo a prendere appunti, ad annotare dialoghi, avvenimenti… La scrittura è diventata il mio vero mondo, quello in cui ho vissuto e sopravissuto.

Redatto da Anjum Katyal, a partire da una conversazione tra Mahasweta Devi e il suo editore Naveen Kishore.

Per le citazioni dei racconti La preda e Draupadi, si veda Mahasweta Devi, La Preda e altri racconti, traduzione dal bengali di Babli Moitra Saraf e Federica Oddera, a cura di Anna Nadotti, Einaudi 2004.
Traduzione di Alice Mosca

Estratto da Mahasweta Devi, Breast Stories (Storia del seno, ed. Filema)

Perché fai la puttana Gangor?
Che te ne importa, figlio di puttana?
Avanti …levati la camicia …
Gangor respira forte. Con la voce rotta dalla rabbia, dice, Non ci senti? Sempre lì a suonare, a cantare, ad aizzare i ragazzi contro di me … dietro il corsetto … il corsetto … choli ke pichhe … choli ke …
Ma no, Gangor …
Anche tu sei un bastardo, signore … hai fatto delle foto al mio seno, eh?! Va bene … te lo faccio vedere … ma ti sfilerò fino all’ultimo centesimo …
Le ombre (corsivo nell’originale) proiettate dalla lanterna controvento si agitano violentemente (corsivo nell’originale). Gangor si sfila il choli e lo getta in faccia a Upin. Guarda, avanti, guarda, paglia – pezzi di fieno – guarda cosa c’è qui sotto.
Niente seno. Due cicatrici rinsecchite, pelle avvizzita, completamente piatta. I due crateri vulcanici infuriati vomitano lava addosso a Upin – uno stupro di gruppo … lividi e ferite, uno stupro di gruppo … la polizia … il processo … poi, un altro stupro di gruppo in cella …

MAHASWETA DEVI

Mahasweta Devi (Calcutta, 1926) è una delle maggiori personalità letterarie indiane, un’autrice prolifica i cui racconti e romanzi in lingua bengali riscuotono un grande successo di pubblico; un’attivista profondamente impegnata a livello politico e sociale che lavora da anni con e a favore dei tribali e delle comunità emarginate, come quella dei braccianti senza terra dell’India orientale. Dirige una pubblicazione trimestrale, Bortika, all’interno della quale sono gli stessi tribali e gli emarginati a prendere la parola e a documentare in prima persona la natura e l'evoluzione dei loro problemi fondamentali; è inoltre una commentatrice di questioni sociali e politiche i cui articoli appaiono regolarmente sull'«Economic and Political Weekly», «Frontier» e altri periodici.
Mahasweta Devi ha contribuito in modo fondamentale agli studi letterari e culturali del subcontinente indiano. La sua ricerca empirica sul ruolo della storia orale nelle culture e nella memoria delle comunità tribali ha rappresentato una novità assoluta nel suo genere. Nelle sue storie di lotta e di sfruttamento, forti e ammalianti, grandi studiosi contemporanei hanno rintracciato nuclei fecondi della teoria femminista. Il suo utilizzo innovativo del linguaggio ha ampliato i confini tradizionali dell’espressione letteraria in lingua bengali. Ponendosi al crocevia di questioni contemporanee cruciali, politiche, di genere e di classe, Mahasweta Devi è una figura centrale nell’ambito della letteratura socialmente impegnata. La sua produzione comprende: romanzi, racconti, storie per bambini, opere teatrali, scritti politici. [Naveen Kishore]

 


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