| Un tocco di tensione
di Hamid Reza Sadr
Il primo lungometraggio iraniano, intitolato Abi va
Rabi (Abi and Rabi, 1930) diretto da Avanes Ohanians, è una
commedia muta di circa 60 minuti, che documenta il cambiamento della
città di Tehran. Il film mostra immagini della vecchia capitale
dell’Iran e le contrappone agli edifici e ai viali moderni.
Il progresso iraniano è caratterizzato dall’occidentalizzazione
dei costumi e delle abitudini. Protagonista del film è una
coppia, in un certo senso analoga a quella di Laurel ed Hardy (Stanlio
e Olio) che imita la loro controparte occidentale. Le fotografie
scattate durante le riprese del film li ritraggono vestiti con abiti
occidentali, indossati in modo impeccabile, testimonianze preziose
del nuovo Iran.
I conservatori si opposero a questo film e a questo tipo di cinema,
sostenendo che non veniva rispettata la loro dimensione morale e
chiesero che tutti i film di questo genere venissero censurati sia
dal punto di vista politico che dal punto di vista etico. Tre mesi
più tardi il Governo iraniano decretò che il compito
del Consiglio di Tehran fosse di migliorare la morale pubblica e
di combatterne la sua corruzione. Le sequenze del film che il Consiglio
riteneva andassero contro la decenza e la morale dovevano essere
censurate. Tehran era dunque diventata un luogo di modernità
ma allo stesso tempo la capitale della censura. Haji Agha, Actor-E
Cinema (Haji Agha, Attore di cinema, 1933), un film muto diretto
da Ovanes Ohanians registra con accuratezza i mutamenti socio-politici
di quel periodo.
Il fatto che Haji Agha sia un uomo di Tehran profondamente religioso,
e allo stesso tempo cognato di un regista, mostra queste due forze
sociali in contrapposizione sulla questione del cinema in Iran.
Tutto ciò rispecchiava la preoccupazione di un vasto strato
sociale; lo scontro tra passato e presente, tradizione e progresso
e rifletteva ciò che stava accadendo all’interno dell’Iran.
Il protagonista che nella parte iniziale del film è armato
di rosario e hookah, alla fine si cambia e indossa un cappello occidentale.
La figlia viene mostrata senza il velo con un’acconciatura
occidentale, mentre balla al suono della musica jazz, nell’atto
di sedurre apertamente il marito. Alcuni anni dopo il suo comportamento
sarà un esempio per tutte le donne “occidentalizzate”
di Tehran. Haji Agha, combatte la concezione del sesso come tabù
e negli anni a venire la sua visione della donna diverrà
il cavallo di battaglia dei modernisti contro i conservatori.
Storico e critico del cinema
La città contro il villaggio
Quando lo Shah provò a sostituire il popolare
primo ministro Mohammad Musaddiq, cominciarono le manifestazioni.
Velgard (Loafer, Il fannullone, Mehdi Raisfirooz,1992) racconta
le sanguinose manifestazioni di Tehran. Un uomo caduto nel vortice
della dipendenza dal gioco è costretto ad abbandonare la
sua famiglia e trova una nuova consapevolezza di sé quando
viene colpito e ferito durante il coprifuoco a Tehran.
Negli anni cinquanta inizia per la borghesia iraniana un periodo
di crescita economica. L’improvvisa ricchezza traspare anche
nei film che rappresentano Tehran come la città di in cui
si possono fare soldi e i sogni si possono avverare. Molti film
denunciano l’estrema povertà e mostrano la vita delle
classi meno abbienti. In Rozan-e-Omid (Light of Hope, Luce di speranza,
Sardar Sager, 1958) il protagonista è un contadino che vince
una lotteria a Tehran, trova lavoro prima in un mattatoio, poi in
un cabaret, e infine viene rinchiuso in prigione. Le sequenze in
cui veniva rappresentato la povertà della capitale iraniana,
vennero tutte censurate. Anche Jonoob-e-Shahr (South of the City,
A sud della città, Farokh Ghafari, 1958), un ritratto realistico
della asprezza della vita nella zona sud di Tehran, venne bandito
e tutte le copie confiscate. In questi film gli uomini e le donne
di Tehran ci vengono mostrati mentre tentano di conformarsi alla
società occidentale, imitandone le acconciature e i vestiti;
l’omologazione dell’uomo moderno era infatti un altro
aspetto del consumismo.
La più importante città iraniana, luogo privo di sicurezze
e di identità, da una prospettiva rurale veniva vista come
l’Occidente. Nel 1960 le campagne rappresentavano i valori
perduti per sempre nel caos urbano. Le famiglie di Tehran, reinterpretando
il linguaggio cinematografico, perdevano la propria identità
ed era impossibile per gli abitanti delle campagne sostenere l’atmosfera
competitiva della città. In molti film degli anni ‘60
la difesa dell’onore e dell’integrità della famiglia
rurale diviene il nuovo espediente cinematografico.
Bolleol-E Masraee (Canary Farm, La fattoria di canarini, Majid Mohseni,1957)
è la quintessenza di questo filone. Il giovane protagonista
si trasferisce a Tehran in cerca di fortuna e sfida se stesso a
conservare la sua purezza nella grande città. Canary Farm
afferma che l’unica cosa implicitamente sbagliata a Tehran
sono i giovani deboli e viziati. In Parastohaa be Laneh Barmigardsnd,
(Swallows Always Return Home, Le rondini tornano sempre a casa,
1963), Mohseni esamina la gerarchia socio-politica attraverso un
prisma sentimentale. Avendo perso un figlio per mancanza di medicinali,
vende la sua terra ed emigra a Tehran. Qui lavora come manovale
e nel tempo libero si esibisce come clown, rappresentando l’antitesi
tra dovere e piacere. Nel 1960 in Iran viene istituito un corpo
di polizia militare addetto alla sicurezza. La prima metà
di questa decade è testimoniata dalla nascita di un conflitto
tra gruppi politici e forze dell’ordine. Il popolo Iraniano
deve fare i conti con una polizia occidentalizzata e una criminalità
diffusa; durante questo periodo i film di Samuel Khachikian mantengono
vivo il genere poliziesco.
La città del boom e dei solitari
Tehran durante il 1960 cambia rapidamente con l’apertura
di grandi hotel, banche di cambio europee e americane, boutique,
cabaret, discoteche, ristoranti stranieri, scuole di ballo, di pianoforte,
di chitarra; nascono persino alcune nuove riviste di moda. Anche
le strade di Tehran cambiano nome: Kennedy Square, Eisenhower Avenue,
Boulevard Elizabeth II.
Durante questo periodo, l’Iran scopre i film noir come reazione
alla passività. Nel corso della postrivoluzione bianca e
della post-riforma agraria, la visione politica e sociale dei film
noir iraniani risponde al cinismo e all’alienazione che circolava
nella cultura popolare. I film noir non vengono girati per la qualità
o la spettacolarità delle trame, ma per le qualità
più subdule del tono e del carattere. Era un genere politicizzato
che si opponeva ai film ottimistici di quel periodo e puntava a
rappresentare il lato oscuro della vita urbana di Tehran, sottolineando
il tema della vendetta.
L’impatto del boom economico e il rischio di inflazione, comporta
una disillusione da parte di quelle persone ancora in cerca di antichi
valori nella Tehran dei soldi e della depressione. Gheisar di Masoud
Kimiaie 1969, ebbe un grande successo di critica e di cassetta;
i film Iraniani furono per la prima volta al centro dei dibattiti
degli intellettuali. In questo lungometraggio è la visione
pessimistica ad avere il sopravvento. Tehran è vista come
un inferno, abitata da una popolazione sempre più disillusa,
alienata e afflitta dal crimine. Quando il protagonista torna a
casa, dopo un viaggio di lavoro, scopre che la sorella è
stata violentata, e decide di ribellarsi contro la società
stessa. Gheisar, attraverso le riprese all’aperto, l’alternarsi
dei primi piani e dei campi lunghi, esalta la debolezza e l’incapacità
di mutare la propria condizione.
Tehran è il background dell’anti eroe, la desolazione
che lo ha prodotto è il simbolo dell’estendersi della
sua brutalità; il degrado viene raffigurato con sequenze
di vicoli vuoti, di squallidi caffè, di magazzini abbandonati
e di distretti di polizia; anche quando i luoghi mostrati dal film
sono moderni, il protagonista è visto come uno straniero,
rintanato in qualche nascondiglio senza godere dei vantaggi del
luogo.
Il primo lungometraggio di Amir Naderi, Kodfhafez rafeegh (Goodbye
Friend, Addio amico, 1971), è la storia di tre ragazzi disoccupati
che istigati da un cattivo consigliere, litigano e si perdono di
vista, morendo uno dopo l’altro. Da questo film nasce un nuovo
modello di giovane ribelle, sotto le sembianze di Saeed Raad e procura
ai registi una speranza per il futuro del cinema Iranaiano, portando
un tocco di realismo e mettendo in risalto una dura e cinica visuale
di Tehran. Questa ondata di realismo porta i registi a rompere con
il dominio del tipico melodramma iraniano, spostando le riprese
all’esterno, sulle strade popolate da gente comune.
Il pessimismo raggiunge l’apice in Tangna (Deadlock, Punto
morto, Amir Naderi, 1973). Un giocatore di biliardo, interpretato
ancora una volta da Raad, uccide il suo rivale e fugge, vivendo
ogni giorno nella paura nella periferia estrema della città,
poiché i due fratelli dell’ucciso lo stanno braccando.
Il film, girato nei quartieri più poveri della città,
infonde nello spettatore una sensazione di malinconia, concentrandosi
sopratutto sulle persone sole ed emarginate di Tehran. Deadlock
è il film più schietto e potente di questo periodo,
in cui la violenza nasconde una cattiveria rara che estende i confini
del cinema iraniano. Il suo realismo, con l’uso del bianco
e nero e delle riprese all’aperto, ci risparmia comunque nell’ultima
scena, la vera brutalità e la violenza della morte.
Probabilmente il film più controverso di questa decade è
Ghavaznha (Deers, Cervi Masoud Kimiaie,1975) che ha un successo
immediato. Faramarz Ghribian interpreta un ladro armato che compie
la sua ultima rapina per motivi politici, ma viene colpito e ferito.
Fuggendo con il bottino, cerca riparo da un vecchio amico (Vosoughi).
Deers, evidenzia problemi sociali che ribollono nei caldi anni ‘70:
conflitti politici, lotte armate, brutalità della polizia,
divisione di classe e droga. In questo film vengono utilizzate le
immagini dei teatri popolari e degli ospizi affollati per ritrarre
una società sull’orlo dell’esplosione.
Sogni perduti della giovinezza
Come risultato di un investimento nelle strutture
sanitarie, la maggior parte delle quali collocate nelle città,
la popolazione cresce di 33,7 milioni nel 1976. A Tehran si rileva
la più grande concentrazione di imprese economiche e allo
stesso tempo si ritrova ad essere il più grande mercato del
paese. Arrivavano soldi da tutto il paese, ma il problema era sempre
lo stesso, la migrazione dalle campagne. La mancanza di posti di
lavoro crea leader del movimento dei disoccupati, che si collegano
con gli altri problemi politici esociali del proletariato. I disoccupati
lanciarono, quindi, una campagna di raccolta fondi. Molti contributi
arrivarono da coloro che non avevano perduto il posto di lavoro,
significativo invece è il fatto che il Bazaar, una grande
risorsa economica durante la rivoluzione, risponde negativamente.
I prestiti per i disoccupati, anche se scarni, procurano sollievo
immediato. Più i disoccupati hanno fiducia nella resistenza
collettiva, più si ritraggono dalle azioni individuali; quando
manca l’appoggio istituzionale è necessario ricorrere
a proteste collettive di più ampia portata.
In Zire Poost-e Shab (Under the Skin of the Night, Sotto la pelle
della notte, Fereidon Goleh, 1974) Tehran è ritratta come
una prigione che tiene incarcerati uomini vicini al punto di rottura.
Tehran diventa simbolo dell’ingiustizia sociale e dello squallore
urbano. Il giovane protagonista cerca invano un paradiso sicuro
dove poter restare in pace con il suo amore straniero. Infine stanco
e abbattuto trova l’unico posto sicuro per un eroe della metà
degli anni ‘70, dietro le sbarre. I protagonisti rivelano
una eccentricità goffa che il pubblico si aspetta da un film
commerciale, mostrando poco della rabbia e della disperazione che
la loro situazione avrebbe provocato nella realtà, nella
vera Tehran. Alla chiusura del primo anno dalla fine della rivoluzione,
migliaia di disoccupati si trovano costretti a fare i conti con
la loro situazione. Né il movimento per i disoccupati, né
gli sforzi del nuovo governo furono sufficienti per cambiare la
situazione. La stagnazione delle industrie e delle costruzioni,
la paralisi nell’impiego statale e le periodiche migrazioni
verso la città, aumentarono il numero dei disoccupati: nel
1976 era salita del
3%, nel 1979 del 14% e infine nel 1980 del 16,3 %.
La rivoluzione e dopo
La caduta del regime dello Shah nel 1978 portò
ad una temporanea paralisi del controllo burocratico dell’economia.
Lo sfaldamento del controllo della polizia e del municipio diede
la possibilità a migliaia di disoccupati di riprendere in
mano le redini della loro vita economica. Tehran aveva attratto
un numero elevato di venditori ambulanti, stimati intorno ai 40.000
nel 1981. Tra il 1981 e il 1984, all’apice della migrazione
urbana, quando 1500 persone al giorno muovevano verso la grandiosa
Tehran, i venditori ambulanti dilagarono come un fuoco di paglia.
Le autorità erano preoccupate per le conseguenze politiche
di questa situazione, infatti in questi anni iniziarono a lavorare
circa 80.000 venditori procurando un sostegno a 400.000 abitanti.
Alcuni film si occuparono della situazione del proletariato a Tehran.
Il personaggio principale di Parvaz be Souy-e Minoo (Flight to Minoo,
Fuga a Minoo, Tahgi Keyvan Salahsour,1980) è un operaio che
diventa fautore della guerriglia urbana che cerca di assassinare
un membro del parlamento; in Rasoul, Pesare-e Abolghasem (Rasoul,
Son of Abolghasem, Rasoul, figlio di Abolghasem, Dariush Fahang,1980)
vengono narrate le storie di un gruppo di muratori nel sud di Tehran.
Il messaggio di questi film era chiaro, se un uomo era sufficientemente
aggressivo e competitivo poteva avere tutto, come se la guerra non
avesse distrutto tutti i sogni di gloria.
Il cinismo del dopoguerra è reso palese in Abananiha di Kianoosh
Ayari (Abadanians, 1993). La storia è basata su un classico
di Vittorio de Sica, Ladri di biciclette, 1948. Questa storia, semplice
ma potente, è raccontata attraverso gli occhi di un bambino
che testimonia gli sforzi paterni per riuscire a mantenere la famiglia.
Il padre è un autista e usa una macchina di sua proprietà
di cui va molto fiero. Il destino vuole che l’ automobile
gli venga rubata. Padre e figlio partono quindi alla vana ricerca
della vettura, che li porta nei bassifondi di Tehran,e li costringe
ad interrogarsi sui veri valori della vita. La macchina da presa
ci costringe a schierarci con loro, mentre li segue lungo tutto
il cammino. L’uomo è messo davanti a una città
abitata da personaggi scialbi e privi di compassione. La vicenda,
ancora più tragica perché vista attraverso gli occhi
del bambino pieni di lacrime, rappresenta l’innocenza messa
a dura prova nei momenti difficili.
Masoud Kimiaie in Dandam-eMaar (Snake Fang, Dente di serpente, 1989)
illustra la vita amara dei giovani rifugiati che arrivano a Tehran
durante la guerra. Il film racconta la vita e gli amori degli emarginati,
nei quartieri poveri di Tehran, aree devastate tra palazzi e acque
stagnanti. Quello che Kimiaie riesce ad ottenere è una descrizione
schietta della vita degli immigrati, dei disoccupati e degli orfani.
Gli attenti e prolungati primi piani li riprendono mentre cercano
di affrontare questo mondo frenetico.
L’ultima metà degli anni ’90 è un tempo
febbrile in cui la paranoia diventa parte integrante della quotidianità.
I film di Kiarostami sono sempre stati considerati apolitici, anche
se di sovente i temi principali riguardano la vita e la morte. È
soprattutto in questi anni che le trame dalla venatura paranoica
si fanno sempre più frequenti. Con Taam-e Geelas (Taste of
cherry, Il sapore della ciliegia, 1998) Kiarostami approfondisce
la tematica dell’intellettuale e della morte. Un uomo apparentemente
ricco e colto percorre in automobile le periferie di Tehran, fermando
i passanti e chiedendo loro un favore oscuro in cambio di soldi.
Tutte le persone incontrate durante il suo peregrinare, rifiutano
la sua proposta e apprenderemo poi che il suo proposito è
di suicidarsi. La sua richiesta è legata alla necessità
di essere seppellito da qualcuno e alla fine incontra una persona
disposta ad aiutarlo. Il sapore della ciliegia, un film complesso,
con molteplici sfaccettature; può essere visto come il dilemma
dell’intellettuale iraniano, o come un documentario su Tehran
a fine secolo, una città di rifugiati, di disoccupati, con
panorami che si alternano rapidamente e piena di disperazione silenziosa.
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