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La
Sesta generazione ovvero il nuovo cinema Made in China
Luisa Prudentino
Sono
passati circa quaranta anni da quando Ugo Casiraghi, sulle pagine
della rivista “Centrofilm”, parlo' per la prima volta
in Italia del cinema cinese, dedicandogli un saggio dal titolo “Il
cinema cinese, questo sconosciuto ...”.
Da
allora, grazie soprattutto alla lungimiranza di alcuni organizzatori
di festival internazionali e d'essai, il cinema cinese ha potuto
varcare le frontiere perdendo man mano quella connotazione “esotica”
che lo aveva contraddistinto in passato e diventando di conseguenza,
più familiare agli occhi del grande pubblico.
Dopo
aver scoperto e apprezzato la Cina mitica e ancestrale attraverso
le immagini di straordinaria potenza visiva dei film di Chen Kaige
e Zhang Yimou, autentiche punte di diamante della cosiddetta “Quinta
generazione”, per le platee occidentali è venuto il
momento di scoprire una Cina più autentica, più vera,
e soprattutto, più attuale, lontana dalle lanterne rosse
e dai paesaggi imponenti ... La nuova generazione di cineasti (la
Sesta a essersi diplomata al famoso Istituto di Cinematografia di
Pechino), fortemente segnata dalla repressione del movimento democratico
di piazza Tian An Men del 1989, si distingue subito grazie ad una
nuova maniera di filmare; adottando uno stile, oseremmo dire, documentaristico,cui
si unisce, pur tuttavia, una sferzata creativa, essa riesce a darci
una testimonianza fedele ed attendibile dei profondi cambiamenti
avvenuti in seno alla società cinese degli anni '90.
Fra
i protagonisti di questi nuovi film non ci sono né concubine,
né signorotti alla Don Rodrigo, bensì solo l'individuo,
anzi, per essere ancora più esatti, il cittadino, alle prese
coi problemi della vita di tutti i giorni ... Spesso, affinché
il gioco filmico risulti più efficace, i registi fanno ricorso
ad attori non professionisti per dare alle situazioni descritte,
un tocco ancora più realistico ... E così, per la
prima volta, vengono portati sullo schermo alcuni temi-tabù
quali la prostituzione, la droga, l'omosessualità, temi su
cui i giovani cinesi s'interrogano (né più né
meno dei loro coetanei occidentali) e che costituiscono, come per
questi ultimi, la realtà quotidiana dei centri urbani di
una Cina in pieno fermento.
Ed
è proprio la città la vera protagonista del cinema
della nuova generazione: da Pechino, capitale straordinaria che
più di ogni altra metropoli cinese riflette la difficile
transizione dall'epoca comunista a quella delle riforme, a Shanghai,
villa-emblema del boom economico dell'epoca denghiana.
Shanghai
merita un discorso a parte, una posizione privilegiata, e bene ha
fatto la 2nda edizione del Festival del Cinema Asiatico a concederglielo.
Dai primi passi all'epoca d'oro del cinema cinese (gli anni '30),
dai periodi fasti ai momenti più difficili, anni in cui l'ideologia
promossa al ruolo di norma direttiva ha eliminato Shanghai dal grande
schermo a profitto del mondo rurale, la storia del cinema cinese
é stata la storia di Shanghai e viceversa...
In
Angeli della strada e Crocevia, autentiche pietre miliari della
cinematografia cinese degli anni '30, riproposte in questa rassegna,
la città di Shanghai, con le inquadrature sui suoi grattacieli
e la gente che affolla i locali e i tram che l'attraversano, fa
da sfondo ad una realtà drammatica quale era quella della
Cina degli anni '30, in preda ad una forte crisi socio-economica.
Costretta,
come detto poc'anzi, all'esilio forzato durante il periodo compreso
fra gli anni '50 e '70, e non adatta al manierismo tipico della
Quinta generazione, Shanghai tornerà in auge soprattutto
negli anni '90, grazie ai registi della nuova generazione. Sono
gli studi cinematografici di Pechino a ridarle il ruolo di “primadonna”
in una brillante commedia sociale girata da Shi Runjiu, A Beautiful
New World (1999), film che vale la pena citare in quanto ha inaugurato
una nuova visione del cinema cinese e di coloro che contribuiscono
a farlo: la campagna non è più all'ordine del giorno;
se si vuole conquistare un pubblico giovane, visto che è
soprattutto lui a riempire le sale, l'unica maniera é raccontare
delle storie che lo riguardano riflettendone il suo stile di vita
e l'ambiente nel quale esso vive.
Dello
stesso stile, anche se senz'altro più maturo, è il
film Suzhou River di Lou Ye, altro regista-chiave della Sesta generazione.
Nato a Shanghai nel 1965, Lou Ye ha seguito i corsi di cinematografia
a Pechino e ha lavorato prima come produttore poi come assistente
alla regia per diversi lungometraggi, cimentandosi, con successo,
anche col cortometraggio,di cui vedremo il più recente In
Shanghai.
Film
della consacrazione di Lou Ye, (Grand Prix al Festival di Rotterdam),
Suzhou river narra la storia d'amore fra due giovani, Mardar e Moudan,
ma anche e soprattutto quella fra il regista e la sua città
natale ... Lo si capisce sin dalle prime battute del film, pronunciate
da una voce fuori campo che appartiene proprio a Lou Ye: “Amo
passeggiare sulle sponde del fiume Suzhou con la mia cinepresa e
seguire la corrente da ovest verso est, attraverso Shanghai ...”.
E ancora: “Se si osserva il fiume a lungo, ci accorgeremo
che esso ci mostra tutto: la gente che ci lavora, l'amicizia, l'amore,
le famiglie e anche la solitudine ...”. Insomma, la vita scorre
sempre dinanzi a noi (proprio come il fiume) e si presenta sotto
diversi aspetti: al regista il compito di saperli cogliere e di
mostrarli attraverso una sua interpretazione che però non
deve mai scostarsi dall'essenza stessa della realtà. Non
si tratta più di cercare di ritrarre la Cina “pura”,
il suo passato, come aveva fatto la Quinta generazione: è
ora di concentrarsi semplicemente sulla realtà quotidiana
e farne venir fuori il vero volto ... Lou Ye ci mostra Shanghai
nel suo aspetto di città moderna, “regolata”
ciò nondimeno da un certo ordine logico nel suo caos indescrivibile
e brulicante di nuovi edifici e uomini d'affari in cerca della grande
occasione. E lo fa con uno stile personalissimo che ricorda quello
del regista di Hong Kong Wong Kar-Wai e non è un caso, visto
che la retrocessione di Hong Kong alla Cina ha riavvicinato le due
cinematografie apportando una sinergia vitale che per il momento
sembra giovare più alla Cina Popolare che all'ex-colonia
inglese.
Si
può dire che Hong Kong ha dato una mano alla Sesta generazione
anche da un punto di vista più strettamente commerciale;
infatti, gran parte dei film sono finanziati, almeno in parte, da
produttori di quest'isola che riesce a beneficiare tuttora di un
sistema giuridico meno severo. La co-produzione o la creazione della
propria società, grazie alla raccolta di fondi privati “interni”
o “esterni”, resta il modo più efficace per sottrarsi
alla censura che continua a essere estremamente severa. Altrimenti,
non resta che il circuito classico, ossia il passaggio obbligato
attraverso il Bureau del cinema. È ciò che ha fatto
Cheng Er, nuovissimo talento emergente della Sesta generazione,
di cui speriamo potervi mostrare in questa rassegna (in anteprima
mondiale) il film The criminal, a meno che la sua pellicola non
si “perda” fra le altre sparse su qualche scrivania
del Bureau in attesa del ... via libera.
I
registi della Sesta generazione, per quanto lusingati dall'accoglienza
che il pubblico occidentale sta riservando ai loro film, sono profondamente
addolorati dal fatto che i loro compatrioti ne siano privati della
visione. Sono infatti ben coscienti del fatto che produrre un cinema
inventivo non è tutto e che un regista ha bisogno del contributo
del suo pubblico per continuare a girare dei film.
Ma
forse, e sempre grazie alla Sesta Generazione, le cose stanno cominciando
a cambiare ... Infatti, gli studi cinematografici di Pechino hanno
cominciato a produrre una serie di film (dal budget ridotto) realizzati
da giovani cineasti fra cui Wang Xiaoshuai e Guan Hu, di cui vedremo
nel corso di questa rassegna il suo primo film Midnight walker.
Si tratta del primo, timido cenno di apertura del governo nei confronti
del nuovo cinema ... Certo il timore più grosso è
che dietro questa apertura, ci sia in realtà l'intenzione
di riportare sotto controllo (ossia all'interno di uno studio filo-governativo
...) questo cinema dal piglio libero e indipendente ... Spetta dunque
ancora una volta ai registi l'arduo compito di sapersi districare
fra le maglie insidiose della burocrazia e le tentazioni della produzione
commerciale ... La nostra speranza e soprattutto il nostro augurio
è che essi riescano, pur cedendo a delle aspirazioni d'ordine
commerciale assolutamente legittime, a conservare intatta quella
creatività che li ha contraddistinti fino ad oggi e che ha
contribuito a portarli sulla ribalta internazionale.
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I
film sono in versione originale con i sottotitoli italiani
oppure *con traduzione simultanea * |

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